La mia più intima confessione





L’attesa. L’attesa dell’essere, l’attesa del divenire. L’attesa di morire e poi rinascere in una forma nuova, inedita geometria sconosciuta dai tratti usuali. Era ciò a cui spasmodicamente mi aggrappavo a darmi quella sensazione di eterno fluire, scorrere e mutare in quella bolla atemporale in cui la mia vita aveva posto un momentaneo punto fermo. Avevo adagiato la mia determinazione su un chiodo nel muro. Un chiodo che prima non avevo notato, un chiodo arrugginito e mezzo incrostato sul quale avevo abbandonato la mia energia. Annaspavo in un’attesa silenziosa e quasi destabilizzante ferma com'era in una fotografia interrotta che non conosce seguito, un indugiare nervoso inserito in un vuoto esistenziale che cercava di attingere dalla nuova angolazione che pian piano stava venendo alla luce nel buio interiore. Strisciava in un marciume dallo spazio dilatato e si faceva strada tra consapevolezze morte, consapevolezze inconsapevoli che sembravano appartenere a un’estranea, consapevolezze fallaci composte di sogni in pausa e simili a uno scarno puzzle moderno che dipingeva il silenzio di ciò che mai più sarebbe potuto essere. E proprio in queste stirate scuse nascondevo la verità della mia nuova luce e quasi mi vergognavo di ciò che ero diventata poiché mi sentivo colpevole e incapace di gestire e presentare al mondo, nel mio mondo, la nuova forma di me. C’è silenzio in questa nuova struttura, pulizia tra le strade vuote della neonata coscienza e il contorno non più sfocato definisce finalmente il mio lungo cammino meditabondo.
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✒️La mia più intima confessione - © Jennifer Di Giovine 2019. Tutti i diritti riservati. ✒️

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